La nuova ondata di attacchi del PKK e gli equilibri interni in Turchia
15 Giu 2010 | BY STEFANO TORELLI
Come tutte le questioni sempre aperte a ancora non definitivamente risolte, la Turchia è tornata, nel mese di giugno, a fare i conti con quella che rappresenta la problematica per antonomasia riguardo la propria sicurezza interna: la questione curda.
Il Partito dei Lavoratori Curdi, PKK, ha annunciato ad inizio mese la fine unilaterale del cessate-il-fuoco in vigore da più di un anno, da quando cioè il governo dell’AKP aveva tentato per l’ennesima volta di giungere ad una soluzione negoziata con lo stesso leader del movimento curdo, Abdullah Ocalan, tramite quella che era stata ribattezzata la “Iniziativa democratica”. Non solo: il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan si era anche reso protagonista della rottura di due dei tabù storici riguardanti i rapporti tra lo Stato turco e la comunità curda che vive dentro i suoi confini, vale a dire l’alleggerimento del bando sull’uso e l’insegnamento della lunga curda e la possibilità di trasmettere programmi in curdo sui canali televisivi e satellitari.
A quanto pare, ciò non è bastato, dal momento che, secondo quanto dichiarato dal PKK stesso, non sono stati fatti progressi sostanziali nei rapporti tra i Curdi e la Repubblica turca, facendo sì che si dichiarasse la fine della tregua e la ripresa -massiccia- da un lato degli attentati curdi contro lo Stato e, dall’altro, delle operazioni militari dell’Esercito turco nell’area di confine tra Turchia e Iraq, dove trovano rifugio i guerriglieri del PKK. Già nello stesso giorno dell’attacco israeliano alla Freedom Flottilla, lo scorso 31 maggio, in Turchia un attacco missilistico aveva colpito la base navale turca di Iskenderun, nella Provincia di Hatay, uccidendo sette soldati.
Questo era il preludio alla fine del cessate-il-fuoco unilaterale del PKK. Nei giorni successivi si sono susseguiti attentati contro i militari turchi del Sud-Est del Paese e incursioni dell’Esercito di Ankara contro le postazioni dei ribelli curdi, in una nuova ondata di escalation che si è protratta fino all’attentato del 22 giugno ad Istanbul. In questa occasione una bomba è scoppiata contro un convoglio di militari, uccidendo 5 soldati e una ragazza di 17 anni, figlia di un ufficiale che viaggiava sull’autobus colpito. L’episodio segna un momentaneo cambio di tattica della guerriglia curda, arrivata a colpire in un grande centro urbano come Istanbul.
La rinnovata lotta interna tra curdi e Stato potrebbe essere interpretata secondo varie chiavi di lettura. In primo luogo, come già accennato, il PKK accusa il governo di Ankara di non essere riuscito a fare abbastanza per raggiungere dei veri progressi nella questione curda, come sarebbe testimoniato, per esempio, dalla passività dell’AKP rispetto alla decisione della Corte Costituzionale di mettere al bando il partito che rappresentava la comunità curda in Parlamento, il DTP di Ahmet Türk. In secondo luogo, colpisce la concomitanza della ripresa degli attacchi, con l’allacciamento di rapporti sempre più stretti tra la Turchia e i Curdi iracheni, come testimoniato dalla visita ufficiale in Turchia del Presidente della Regione Autonoma del Kurdistan iracheno Massud Barzani.
Potrebbe non essere da escludere il fatto che il PKK, vedendo la sua presenza nell’Iraq del Nord messa a repentaglio dai rapporti tra Ankara e Barzani, tenti di minare tale riavvicinamento tramite gli attentati di questo mese. Infine, mentre in alcuni ambienti addirittura si è arrivati a ipotizzare una mano israeliana dietro gli attentati, il Primo Ministro Erdoğan è tornato a puntare il dito contro Ergenekon, riportando la questione curda a un affare interno, in cui il cosiddetto “Stato profondo” sarebbe coinvolto. In tal modo, Erdoğan starebbe tentando di condurre la sua lotta personale contro gli elementi destabilizzatori all’interno stesso dell’apparato statale turco.