Politica

Il governo Erdoğan messo alla prova dalla chiusura del Partito per la Società Democratica

06 Feb 2010 | BY Luca Bellusci     

A dieci anni esatti dalla sospensione della pena di morte per il leader del Pkk Abdullah Ocalan, la Turchia si ritrova a dover fare i conti con il riacutizzarsi della questione curda.

A dieci anni esatti dalla sospensione della pena di morte per il leader del Pkk Abdullah Ocalan, la Turchia si ritrova a dover fare i conti con il riacutizzarsi della questione curda, all’indomani della sentenza con la quale la Corte Suprema ha decretato lo scioglimento del Partito per la Società Democratica (Dtp), oltre al bando quinquennale dalla politica per 35 dei suoi membri, per essere diventato “il punto di riferimento di attività contro l’indivisibile unità dello stato, del paese e della nazione”. La chiusura del Dtp l’11 dicembre scorso ha determinato una frattura all’interno della società civile turca, ma analizzandone le dirette conseguenze tutto ciò potrebbe fare gioco al governo Erdoğan. La marginalizzazione di alcuni esponenti curdi dalla vita politica ha provocato un riavvicinamento con alcune frange dei movimenti nazionalisti che chiedevano al Governo un congelamento delle relazioni con l’ex partito curdo, espostosi in modo provocatorio durante le ultime manifestazioni, infiammando il dibattito politico interno, con dichiarazioni a favore di un coinvolgimento di Ocalan nel processo democratico. La messa al bando del Dtp perciò non ha creato il tanto temuto vuoto politico in Parlamento, bensì ha ridefinito una nuova rappresentanza politica; allo stesso tempo però, si ha l’impressione che il vero scopo della sentenza, per il periodo e le modalità con cui è stata emessa, sia stato quello di epurare dallo scenario politico quegli elementi più intransigenti appartenenti al Dtp che, durante l’ultimo periodo, avevano messo in seria difficoltà lo stesso Governo sulle tematiche riguardanti la minoranza in Turchia. Risulta evidente come questa decisione, nella prospettiva del Governo, possa dare una maggiore capacità e garanzia di autonomia nelle scelte riguardanti il processo di riforme, impedendo che la coalizione rimanga ostaggio di poche formazioni politiche. Il nuovo gruppo parlamentare curdo intanto, denominato Partito della Pace e della Democrazia (Bdp), creato nel 2008 come movimento di sostegno per le iniziative civili curde, ha già partecipato al suo primo incontro in Parlamento ed è costituito nella quasi totalità da ex deputati del Dtp, il che dimostra come alla base ci sia la chiara volontà del governo di Ankara di mantenere il dialogo politico con una rappresentanza curda. Nella storia politica turca ci sono molti esempi che indicano la difficoltà del paese nell’affrontare la questione curda: durante la fine degli anni ’80 Turgut Özal tentò di iniziare un processo di riforme teso a decentrare i poteri amministrativi a favore delle amministrazioni locali, in modo tale da rendere più autonome le provincie curde dell’est turco e instaurare un clima di collaborazione per colmare il deficit democratico del paese. La sua politica incontrò non poche difficoltà ma delineò una chiara strategia che, a distanza di venti anni, risulta essere quella più indicata per affrontare in maniera pragmatica la questione curda. In ultima analisi, il pacchetto di riforme dovrà estendere il proprio effetto su tutta la società turca, non limitandosi a stereotiparlo come una “rivoluzione curda” calata dall’alto, ma enfatizzandone la portata e il carattere “nazionale”

 

 

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