Il nuovo Nabucco “mediorientale”
08 Mar 2010 | BY Andrea Bonzanni
Tra mille difficoltà, continua ad andare avanti l’epopea del gasdotto Nabucco, progetto sostenuto dall’Unione europea per ridurre la dipendenza dalle forniture di gas russo.
Firmato in luglio l’accordo intergovernativo tra i cinque paesi interessati dal passaggio del gasdotto, la sfida decisiva è ora rappresentata dai delicati accordi da siglare con i paesi produttori.
I recenti successi cinesi e russi in Asia centrale hanno visto verosimilmente sfumare la possibilità di coinvolgere il Turkmenistan nel progetto e di conseguenza il consorzio promotore guarda a sud-est, identificando in Iraq e Iran due partner difficili ma capaci di garantire i necessari approvvigionamenti. In questa nuova versione mediorientale del Nabucco, la Turchia assume rilevanza ancora maggiore. Infatti, la sua partecipazione al progetto non è più indispensabile soltanto per ragioni geografiche, ma diventa decisiva anche da un punto di vista politico. Ankara gode infatti di solide relazioni con i due paesi e di un soft-power su Baghdad e Tehran che né la Commissione europea né alcuno stato membro dispongono. Ciò non è dovuto, come molti suppongono, ad una deriva filo-islamica del governo dell’AKP, ma è piuttosto il risultato di una consapevole politica estera multivettoriale.
In Iraq, Ankara si è mossa molto bene, cogliendo immediatamente le opportunità che il cambio di regime e la ricostruzione stanno dando alla diplomazia e all’economia turca. A Baghdad si discute di esportazioni gassifere verso la Turchia dal 2007 e i progetti sono sostenuti sia da accordi politici che da investimenti di imprese turche in settori strategici. Ankara è anche uno dei governi che ha maggiori relazioni con il Governo Regionale Curdo nel nord del paese, dove si troverebbe la maggior parte dei giacimenti iracheni.
Nel caso dell’Iran, il governo Erdoğan ha sempre mantenuto rapporti cordiali, persino rischiando di alienare i suoi alleati occidentali con posizioni scomode su sanzioni e elezione di Ahmadinejad. La Turchia è però riuscita in questo modo ad assicurarsi lo sfruttamento dei giacimenti gassiferi di South Pars e, date le continue difficoltà degli Usa e dell’Ue nel gestire i rapporti con Teheran, si trova ad essere l’unico credibile interlocutore occidentale della Repubblica Islamica.
La diplomazia turca è anche indispensabile nel mantenimento di buoni rapporti con Azerbaigian ed Egitto, gli altri due potenziali fornitori del Nabucco. Il successo del summit bilaterale del 25 dicembre ha dimostrato quanto Ankara sia decisiva per evitare che Baku abbandoni il Nabucco in seguito alla normalizzazione dei rapporti tra la stessa Turchia e l’Armenia, in guerra con l’Azerbaigian dal 1988. Nel caso del gas egiziano, il nodo riguarda soprattutto la Siria, paese di connessione tra la Arab Gas Pipeline e il Nabucco. Anche in questo caso, al di fuori del cosiddetto “asse del male”, nessuno ha rapporti migliori con Damasco della Turchia. Come dimostra lo scambio di visite tra Assad e Sarkozy, l’Ue sta corteggiando la Siria, ma Ankara dispone di un vantaggio di anni di intense relazioni bilaterali.
La politica estera a 360 gradi della Turchia, dunque, paga ancora. L’Ue si trova in una posizione più debole rispetto a qualche anno fa e deve sempre più considerare il ruolo decisivo che Ankara può ricoprire nel garantire la sicurezza energetica europea.