Cultura

L'Harem tra tradizione e immaginario collettivo

16 Dic 2009 | BY Giulia Di Bernardini     

Un luogo sacro, incontaminato ed inaccessibile. È questa l’area semantica a cui rimanda la radice araba hrm dalla quale la parola harem deriva.

Un luogo sacro, incontaminato ed inaccessibile. È questa l’area semantica a cui rimanda la radice araba hrm dalla quale la parola harem deriva. Il termine designa infatti uno spazio separato ed interdetto: l’harem è luogo sacro, proibito ed inviolabile. La parola viene utilizzata, nel mondo musulmano, per indicare in generale la parte della casa che è riservata alle donne (haremlik) ed è separata dalla zona degli uomini (selamlık).

Con il passare del tempo, il termine è stato utilizzato per riferirsi ai grandi harem dei palazzi imperiali ottomani ed alle donne che in essi abitavano. Nell’immaginario collettivo occidentale l’idea del proibito ed interdetto sembra essersi completamente dissolta e, bizzarramente, sembra essere stata sostituita da un alone di libertinismo e lussuria. Un luogo di piacere, lascivo e voluttuoso, in cui donne sensuali e compiacenti trascorrono il loro tempo abbandonate su eleganti sofà, seminude, fumando oppio e oziando, attendendo bramose il momento in cui torni il loro padrone per poter soddisfare i suoi desideri sessuali. Questa è l’immagine che la fantasia occidentale ha avuto per molto tempo, e fino ad oggi, dell’harem musulmano. Dipinti come la Grande Odalisca di Jean-Auguste Dominique Ingres, l’Harem di Pablo Picasso e l’Odalisca con i pantaloni rossi di Henri Matisse racchiudono proprio questi tratti che hanno caratterizzato l’immagine “occidentale” dell’harem.

La scrittrice egiziana Fatema Mernissi, nel saggio “L’harem e l’occidente”, contrappone a visione occidentale dell'harem, ossia un luogo di piacere in cui donne-concubine si sottomettono docilmente e con piacere al loro padrone, all’harem orientale ossia uno spazio in cui una continua tensione pone costantemente la predominanza maschile in discussione. Alle odalische inermi e oziose di Ingres e Matisse, la Mernissi contrappone infatti donne intelligenti e battagliere che, grazie all'istruzione ed alle doti intellettuali, minano il rapporto che subordina la donna all’uomo. In questo senso l’harem occidentale, in cui l’uomo vivifica l’eroe la cui autorità è indiscussa e legittimata dalla stessa accondiscendenza femminile, si pone agli antipodi dell’harem orientale in cui il padrone si trova invece in un perenne stato di vulnerabilità di fronte alle sue donne. Da un punto di vista storico, con l’istituzione dell’harem imperiale, questo spazio diviene un vero e proprio teatro politico.

Molti studiosi, tra cui Leslie P. Peirce in “The Imperial Harem, women and sovereignity in the Ottoman Empire”, sottolineano non solo il rilievo dell’istituzione dell’harem come difesa della discendenza del Sultano ma anche la conseguente importanza delle donne all’interno della vita politica dell’impero ottomano. In una dinastia ereditaria, quale quella del sultanato ottomano, l’attività sessuale ricopre un forte significato politico: essa è infatti indissolubilmente legata alla riproduzione ed alla stessa sopravvivenza della dinastia. In questo senso, l’istituzione dell’harem e il sistema del concubinaggio rappresentavano una forma di controllo e difesa dal potere sultanale stesso. In tale contesto, il potere della donna dell’harem è una diretta conseguenza della struttura politica in cui la concubina riveste un ruolo centrale: essa ha infatti la possibilità di concepire l’erede al trono e divenire dunque la valide sultana, la madre del futuro sultano.

 

 

Per saperne di più...

Le odalische

Il termine odalisca, con cui comunemente si indicano le donne dell’harem del Sultano ottomano, deriva dal turco odalık, ossia “domestica, cameriera”, dalla parola oda, stanza. Le odalische erano schiave poste, all’interno del palazzo imperiale, al servizio delle spose e delle concubine del Sultano. Data la proibizione all’interno dell’Islam di ridurre in schiavitù genti musulmane, le odalische erano donne straniere (spesso circasse) acquistate come schiave oppure vendute dalla loro famiglia stessa in cambio di un lauto compenso o ricevute in dono da nobili e alti dignitari.

L'harem del Topkapi

Costituito da oltre 300 stanze, l’’harem del palazzo del Sultano, costituiva un autentico villaggio in cui risiedevano anche 500 persone. Esso era costituito da tre sezioni fondamentali: i quartieri esterni abitati dagli eunuchi posti a guardia dell’harem, una zona interna riservata alle concubine e gli appartamenti che affacciano sul mare. Proprio in questi ultimi risiedevano le mogli, le concubine preferite del Sultano ed il futuro erede al trono.

 

 

Bridge That Gap, il ponte fra le idee e la realizzazione

Italian Center fotr Turkish Studies

Capire il futuro per vivere il presente

cittadini nel mondo

Per nuotare sicuri nell'oceano del web