Ercolani intervista Alin Taşçıyan, uno dei massimi critici cinematografici turchi, presentando un aspetto della cultura nazionale di cui poco si parla e ancor meno si conosce nel nostro paese.
Malgrado in questi giorni sia impegnatissima con il 29’ Festival Internazionale del Cinema di Istanbul, Alin è puntualissima ed arriva con un bellissimo sorriso. Per l’intervista decidiamo di sederci ad uno dei tavoli dell’Haci Baba: cosa c’è di meglio che combinare le delizie della cucina turca con una conversazione sulle nuove tendenze del cinema turco?
Alin Taşçıyan è uno dei massimi critici cinematografici turchi ed è appena tornata da Parigi. Parla, tra l’altro, un ottimo italiano. Entra diretta nella tematica della mia intervista dicendo “bisogna parlare non più di cinema turco bensì di Cinema della Turchia. Il cinema di questi ultimi anni ha voluto infatti rappresentare tutte quelle realtà, sia sociali che culturali, che sono presenti nel territorio dell’odierna Repubblica. L’ispirazione è proprio la ricchezza culturale di questo Paese.” In Italia, purtroppo, quando si parla di cinema turco si fa un continuo riferimento al classico Yilmaz Guney e più recentemente a Ferzan Ozpetek o a Fatith Akin. Solo qualcuno riesce a menzionare anche Nuri Bilge Ceyan e Zeki Demirkubuz. “Ma il cinema della Turchia è ben altra cosa” continua Alin “I tempi di ‘Yesilcam’ – il vicolo adiacente ad Istiklal Caddesi ove avevano sede negli anni ‘60 le case di produzione cinematografiche – è finito, così come i loro film, anche se la loro formula di soap opera commerciale viene riproposta aggiornata per il nuovo pubblico. Oggi esistono però nuovi filoni. Il punto di rottura con la vecchia tradizione e l’inizio di quello che viene definito come il periodo ‘post-Yesilcam’ è stato il film ‘Eşkıya’ (“Bandito”, del regista Yavuz Turgul, 1996). Questa pellicola, che ha inaugurato il nuovo cinema popolare turco, ha saputo combinare la formula Yesilcam con un sistema di produzione tipicamente hollywodiano. Questo nuovo tipo di cinema popolare è stato capace di generare risorse economiche per nuove produzioni. Un merito che va ascritto al presente governo è, non solo aver per primo regolarizzato e finanziato fortemente la produzione cinematografica, ma anche aver permesso una grande libertà di espressione.”
Se le tematiche che ricorrono sono quelle dell’identità, dell’appartenenza e della memoria, queste si collocano all’interno di una società che è notevolmente cambiata negli ultimi anni e che continua a farlo quotidianamente. Secondo Alin “negli ultimi dieci anni il cinema della Turchia ha proiettato questi cambiamenti sociali in quattro filoni principali: film-ghetto, filone religioso, intellettuali-Istanbul, e filone delle prigioni. E molti sono Film con la F maiuscola, espressione artistica di una nuova generazione di registi e produttori interessati ad un pubblico anche, e principalmente, fuori dai confini turchi. Il distacco degli emigranti turchi che, lasciando i propri villaggi, approdano nella megalopoli istanbuliota è la tematica dei ‘film-ghetto’ (es. “Başka Semtin Çocukları” di Aydın Bulut, “Kara Köpekler Havlarken” di Mehmet Bahadir Er), che ne raccontano la vita, nella loro lingua – spesso il curdo – e nelle loro usanze. Il ‘filone religione’ (es. “Takva” di Özer Kiziltan) affronta il tema della fede – come necessità umana di credere – arrivando a criticarne l’uso improprio. Non fa dunque riferimento ad una specifica religione, ma anzi il richiamo alla preghiera del muezzin viene accostato a quello delle campane cristiane, sovrapponendo credi diversi senza creare gerarchie o tensioni. Il ‘filone Intellettuali-Istanbul’ è permeato dallo sguardo dei nuovi intellettuali turchi che riscoprono, attraverso occhi diversi, una Istanbul in continuo movimento, con le sue miserie ed i suoi eccessi (es. “Anlat Istanbul” diretto dai cinque registi Umit Unal, Kudret Sabanci, Selim Demirdelen, Yucel Yolcu, e Omur Atay). Il ‘filone prigione’ (es. “Sonbahar” di Özcan Alper) indaga infine il microcosmo degli istituti penitenziari, in cui spesso si riproducono le gerarchie presenti nel mondo della malavita. In questo ambiente apparentemente chiuso, dove il rapporto carcerati-secondini è un misto di violenza e comprensione, spesso si risolvono tra le sbarre regolamenti di conti esterni al carcere.”
Il tempo passa e non ce ne accorgiamo, concludiamo con il classico caffè alla turca – sade per lei, orta per me – poi Alin deve scappare per il Festival.