Cultura

L’anima Levantina di Izmir - Intervista con Ragıp Taranç

03 Ago 2010 | BY Giovanni Ercolani     

Intervista con il regista Ragıp Taran, il cui ultimo lavoro è dedicato all'affascinante comunità levantina di Izmir.

Fellini era stato nominato diverse volte a tavola. Con Ragıp stavamo brindando non “alla salute ” o, come si usa in Turchia, “şerefemize” (“al nostro onore”), ma i bicchieri si alzavano per celebrare l’Hıdrellez. Luogo di questo nostro convivio il “Kulup Ali” ad Izmir, ristorante di pesce e rakı che frequento da venti anni ed ai cui tavoli – in questa casa levantiva per metà restaurata, bianca e blu, incastonata in un vicolo della Kıbrıs Şehitleri Caddesi – hanno gustato spiedini di sogliola diverse personalità che amano l’anonimato.

Di fronte a me, oltre all’immancabile bicchiere di rakı, il mio amico Ragıp Taranç, professore di Cinematografia e Studi Culturali presso il dipartimento di Cinema-TV della facolta’ di Belle Arti, dell’universita’ Dokuz Eylül di Izmir. Il suo sguardo mi ricorda il suo stile leggero ma attento ai dettagli, quasi impalpabile, impercettibile, cosi’ presente nei suoi documentari. Documentari quali “Kapıkule” (1989) nel quale affronta la problematica dell’immigrazione di popolazioni di origine turca dalla Bulgaria, oppure “Izmir, Izmir” (1990) dedicato alla sua amata citta’ ed alle sue canzoni. Questo “docu-dramma”, come lui stesso lo ha definito, gli valse, nel 1992, il premio quale miglior documentario al 4’ Festival Internazionale del Cinema di Ankara. O ancora “The Rains of June” (2000), dove viene filmata la vita in un’intera giornata vissuta in un campo profughi in Kosovo.

“Sono la vita e gli esseri umani che mi interessano e mi affascinano. Potremmo essere, questa sera, di fronte ai fuochi che Fellini ci mostra nel suo ‘Amarcord’, e invece siamo qui ad Izmir, citta’ intrinsa di culture antichissime, a celebrare l’incontro dei profeti Hızır e Ilyas sulla terra. La festa chiamata Hıdrellez, che segna l’inizio dell’estate, ha origine antichissime e veniva celebrata in tutto il Mediterraneo – mi spiega Ragıp – ed è quello che ho cercato di realizzare e trasmettere al momento di filmare il video clip di Sezen Aksu (intitolato appunto ‘Hıdrellez’) con la musica di Goran Bregrovic. Questo Mediterraneo che non è mai fermo, che ha trasportato uomini, lingue, musiche, religioni, amori, sogni e culture da un porto all’altro, ha fatto dell’uomo mediterraneo un individuo ricchissimo, forse l’unico che potrebbe opporsi ad una globalizzazione mono-culturale. Un esempio eclatante è questa Izmir, Smirne, la Perla del Mediterraneo, dove Ulisse e Gylgames potrebbero stringersi la mano e dove strati di culture diverse hanno formato la complessa identità culturale dei suoi cittadini".

"Anch’io sono frutto di queste migrazioni – prosegue Ragıp – i nonni di mio padre venivano dall’Egitto mentre quelli di mia madre dall’Albania e da Tessalonicco. Certamente questa città ha un carattere, una tolleranza, una apertura mentale che la definisce rispetto alle altre citta’ turche. E forse questo è anche stato il risultato di secoli di presenza di popolazioni levantine. Basta guardarsi un po’ intorno: i due importantissimi simboli della stessa Izmir, la famosa Torre dell’Orologio (del 1901, opera di Raymond Charles Père) e il lungo mare “Kordon” (costruito dagli inglesi, nda) sono opere di levantini”. Mi guardo intorno, siamo seduti nel “bahçe”, e ripenso a come anche questo Kulup Ali sia ospitato in una tipica casa Rum in ciò che rimane del quartiere di Punta (oggi Alsancak), la zona levantina del porto di Izmir che a settembre si inebria dell’odore del tabacco appena raccolto che viene immagazzinato qui vicino. Ed infatti basterebbe chiudere gli occhi per un attimo e ritrovarsi in alcune pagine di “Addio Anatolia” di Didò Sotiriu. “Questi levantini, da ‘levante’, quindi da dove si leva il sole – continua Ragıp – hanno rappresentato una parte importantissima della storia di questa città. Arrivarono nell’Impero ottomano nel XVII e XVIII secolo e vissero il periodo d’oro del XIX secolo. Erano principalmente commercianti che provenivano dall’Olanda, dal Regno Unito, dallla Francia, da Malta e dall’Italia e si ritagliarono i propri quartieri nella città. Gli inglesi preferirono Buca, i francesi Bournabad (odierna Bornova) mentre gli italiani, per motivi di difesa-sicurezza, Cordelia l’odierna Karşıyaka. Se furono visti con occhi sospetti dall’Impero ottomano, ad Izmir ebbero una vita indulgente, e furono numerosi i matrimoni misti all’interno della comunità levantina. Se da un lato vi era certamente una forma di intolleranza da parte della popolazione locale, un’altra e più forte di rifiuto e pregiudizio nei loro confronti venne, d’altro lato, dal mondo delle rispettive madripatrie nelle quali il termine levantino assunse una connotazione non proprio positiva. Un triste esempio è quello rappresentato dalla fine di Maria Vetsera Baltazzi, amante di Rodolfo d’Asburgo (erede al trono di imperatore d’Austria e re d’Ungheria) e la loro tragica morte a Meyerling (30 gennaio 1889). Tutto ciò è quello che cerco di spiegare nel mio documentario “Some of Them say LEVANTEN to them”, che vuole essere una testimonianza della presenza levantina a Izmir. Attraverso la viva voce dei suoi veri protagonisti, come Franz Şlozer, Lucien Arkas, Allain Giraud, Maria Rita Epik, Alexi Baltazzi, Eliza Pettita, Leonardo Baba, lo spettatore entra nella vita della comunità levantina di Izmir, partecipa ai loro ricordi, si interessa ai loro aneddoti. È molto di più di un documentario, è una vera e propria testimonianza ed omaggio nei loro confronti. È un po’ come ‘Amarcord’ del mio amato Fellini. Attraverso questo documentario voglio ricordarmi di loro e voglio che siano ricordati.”

Siamo rimasti solo noi a tavola, il Kulup Ali sta chiudendo la sua antica porta di ferro battuto. Ci alziamo e salutiamo l’amico proprietario. Passiamo la soglia e ci dirigiamo verso il “birinci kordon”. Abbiamo bisogno di osservare la luna e respirare l’aria del Mediterraneo.

 

 

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